Iniziamo da uno finito.
Il testo di Roberto Mordacci sull'Elogio dell'immoralista è un volume di pagine sprecate: il tema è anche interessante, ma il saggio, pur breve (sulle 200 pagine), langue e procede in maniera stanca, lenta, ripetitiva, incostante: insomma, le idee sono poche, sarebbe bastato un articolo di poco superiore alla decina di pagine dell'introduzione.
In lettura attualmente, invece, tra gli altri, Aristotele e la giustizia poetica di Margaret Doody, romanzo la cui narrazione procede troppo lentamente, perché continuamente interrotta, bloccata, dalle spiegazioni eccessivamente didascaliche dell'autrice sul mondo antico in cui è ambientata la storia. sarebbe stato il caso, credo, separare la narrazione dalla contestualizzazione storica tramite l'uso di note.
Una piacevolissima sorpresa è il Tom Sawyer di Mark Twain: spassosissimo, divertente, ironico, e si apprezza ancor di più se lo si legge ad alta voce in compagnia e, secondo me, se si è un fan dei Simpson, perché si proietta retrospettivamente tutto lo humor della famiglia gialla e cattiva su questo romanzo dell'Ottocento.
di ogni sciocchezza sanno fare un problema difficile a piacere.
«Possiamo definire questo genere di individui come quelli che, attraverso l'introduzione di nozioni appropriate, sono in grado di dare ad ogni problema, per quanto semplice sia, qualsiasi grado di difficoltà possa essere richiesto»
«Il lavoro scolastico, micidiale per certi caratteri, coatto, quasi meccanico, che, lungi dal costituire uno stimolo ad approfondire l’apprendimento, è senz’altro disamorante nei confronti di ogni disciplina, venne ad interrompere quel periodo, forse il più bello nella vita di un adolescente, in cui i presentimenti dell’ignoto fanno tutt’uno con i sentimenti per le ragazze, creando un alone di inconsapevole, metafisica stravaganza attorno alla grigia esistenza quotidiana».
Giro in fumetteria per la consueta ricarica e scorta (finalmente sono riuscito a trovare la ristampa del primo numero di 20th Century Boys) e in libreria, dove mi sono imbattuto in due libri che disperavo trovare (e a metà prezzo) - il Corso di filosofia in sei ore e un quarto di quel Gombrowicz di cui quest'anno ho divorato i romanzi e La ditta dei ritrattidel suo poliedrico amico Witkiewicz - e ho comprato L'adolescente di Dostoevskij per continuare l'immersione in questa nuova passione russa.
Consigliato da un mio ormai ex studente comprai Una pinta d'inchiostro irlandese, di Flann O'Brien. Me ne andai nella mia camera - dove erano «la maggior parte delle cose che consideravo essenziali per l'esistenza» -, «mi diressi al tenero trespolo del mio letto, sul quale sistemai la mia schiena in un'indolente posizione orizzontale e mi ritirai nel regno della mia mente» leggendo questo (anti)romanzo dentro un (anti)romanzo dentro un (anti)romanzo dentro (anti)un romanzo - all'interno di uno dei quali, tra l'altro, i personaggi si ribellano al proprio autore (un po' come sarà nell'Icaro involato di Queneau) organizzandosi per mettere fine alla sua capricciosa tirannide e trasformandolo a sua volta in un personaggio di un loro collettivo romanzo/processo - composto da estratti dal dattiloscritto e reminiscenze biografiche del protagonista, estratti da altre opere, estratti dal manoscritto del protagonista del dattiloscritto del protagonista, («Trellis vuole che tutti leggano questo libro salutare. Egli capisce che un opuscolo puramente moralistico non può colpire la massa dei lettori. Di conseguenza ha deciso di riempire il suo libro di porcherie. Ci saranno per lo meno sette tentativi di atti osceni subiti da ragazze giovanissime, e una quantità illimitata di parole turpi. Ci sarà inoltre del whisky e della birra in quantità.») interpolazioni orali dei personaggi, analisi retoriche del testo, incisi descrittivi ed esplicativi e interpretativi, ritagli di stampa, riassunti, continuazioni, riprese, note, memoriali, poesie epiche, meditazioni letterarie sul romanzo moderno («L'intero insieme della letteratura preesistente deve essere considerato come un limbo nel quale gli scrittori intelligenti possono trovare i personaggi richiesti. Il romanzo moderno dovrebbe essere in gran parte un repertorio di rimandi»), lettere di promesse di vittorie sicure alle corse dei cavalli.
Un libro davvero divertente ed entusiasmante come quando a teatro "qualcuno sfascia delle porcellane sulla scena" (Graham Greene) e per nulla superficiale, un po' alla Sterne del Tristram Shandy, che dimostra ulteriormente la tesi del «primato dell'America e dell'Irlanda nel campo della letteratura contemporanea» e della «povertà delle opere prodotte da scrittori di nazionalità inglese» (tesi tra l'altro sostenuta anche dalla mia collega di inglese durante gli esami di Stato, visto che moltissimi degli autori di letteratura inglese dell'ultimo anno sono nati in Irlanda).
«Può darsi che l'alcool danneggi la mente, riflettevo, ma può anche darsi che questo danno sia piacevole. Farne l'esperienza di persona mi sembrava l'unico modo soddisfacente di sciogliere i miei dubbi. Consapevole del fatto che questo era per me il primo, silenziosamente palpavo la base del bicchiere prima di portarmelo alle labbra. Con spirito leggero mi interrogavo internamente».
Particolare di un'illustrazione di Guy Peellaert che è in copertina alla mia edizione del romanzo di O'Brien.
Quando tutto va male e non ne azzecchi una,
per quanto fai il meglio che puoi fare,
quando la vita è nera come la stessa notte,
UNA PINTA DI BIRRA È QUEL CHE FA PER TE.
Quando mancano i soldi e non li puoi trovare,
e il tuo cavallo ti ha lasciato al verde,
quando non ti rimane che un mucchio di cambiali,
UNA PINTA DI BIRRA È QUEL CHE FA PER TE.
Quando stai proprio male, o hai un dolore al cuore,
e il tuo volto è più pallido della cenere,
quando il dottore dice che devi cambiare aria,
UNA PINTA DI BIRRA È QUEL CHE FA PER TE.
Quando il cibo ti manca e la dispensa è vuota,
e la pancetta sfugge la tua padella,
quando la fame cresce man man che salti i pasti,
UNA PINTA DI BIRRA È QUEL CHE FA PER TE.
Non è questo il Tiziano Scarpa che mi piace, quello di Occhi sulla graticola e Corpo, ma il romanzo non è male in sé.
Mi è piaciuto soprattutto come storia di un'educazione autonoma e insubordinata, di una ricerca di una propria strada nella vita al di là dei maestri, per quanto grandi.
«Noi strumentiste siamo quasi tutte giovani, mettiamo il nostro giovane sangue dentro questa musica decrepita. Quando eseguiamo la musica di Don Giulio, mi sembra di indossare la pelle secca di una vecchia santa scorticata, la riempio con il mio corpo solido e fresco. La pelle della scorticata si gonfia, si dilata, si lacera. La musica si strappa quando la suoniamo noi. [...]
La sua musica ci costringe ad essere vecchie. Si impadronisce di noi e ci rallenta, ci arrugginisce»
Rumore, capito. È tutta una questione di sound. Hertz e megahertz. Noi spacchiamo il cranio alla gente a forza di watt. Elettricità, capito. È una forza della natura. Noi elaboriamo una forza della natura. La corrente elettrica è dappertutto. Noi la incanaliamo in cavi, microfoni, amplificatori e così via. Solo natura e niente più. Certe volte la riduciamo a parole. E le parole nessuno le sente perché si perdono in mezzo al rumore, il che è naturale. Oggi le urla sono parte essenziale del nostro sound.
È per questo che siamo così bravi. Perché facciamo rumore. Più forte di chiunque altro, e meglio. Qualunque stronzo ricciolidoro è capace di cantare una ballatona melodica. Invece bisogna spaccargli il cranio, al pubblico. È l'unico modo per costringerli ad ascoltare.
Il vero artista fa muovere la gente. Il mio sound gli fa alzare il culo. In realtà, però, a me piacerebbe fare del male fisicamente al pubblico con il mio sound. Magari ammazzare qualcuno. La gente verrebbe ai concerti perfettamente consapevole di questo. Noi cominciamo a cantare e suonare e qualcuno nel pubblico sente dolore fisico o magari ha le convulsioni e qualcuno addirittura ci lascia la pelle per effetto delle nostre musiche e dei nostri testi. Pensate, la gente che crolla a terra dal dolore. E tutti verrebbero al concerto con la piena consapevolezza che può succedergli. Gente che muore di bellezza e potenza. L'arte è questo, tesoro. E sono io a crearla.
Si è fecondi soltanto a prezzo d'essere ricchi di contrasti; si resta giovani soltanto se si presuppone che l'anima non si distenda, non brami la pace.
(Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli)
Come era stato per l'ultima volta, anche in questa occasione dedico al mio taglio di capelli un post specifico.
I miei capelli non mi vogliono più bene. Uno alla volta si buttano dal cornicione del settimo piano; si schiantano a terra spaventando i passanti. Travolgono capannelli di acari dermatofagi, fanno strage di batteri pavimentopodi. Capelli, perché mi abbandonate? Che cosa vi ho fatto di male? Non vi ho trattati secondo i vostri desideri? Non vi ho dato amore a sufficienza?
La mia barba sono i miei capelli a testa in giù: l'arco del ponte che incorniciava la fronte ha proiettato sull'acqua un riflesso capovolto, immerso nel mento, sotto la linea di galleggiamento delle labbra. Ai miei capelli deve essere successo come a Narciso: si sono innamorati del loro riflesso e si sono gettati tutti insieme nello stagno.
Sono tornato ora a casa dalla maratona teatrale di oltre dodici ore sull'Amleto di Shakespeare, progetto che vede alla regia l'ormai per me mitico Antonio Latella.
Ora vado a dormire, più tardi edito il post e racconto qualcosa di più su questo evento mistico.
Edito. Non essere. Progetto Hamlet's portraits è il titolo dell'opera messa in scena da Latella: non una semplice rappresentazione del testo shakespeariano, cioè, ma la realizzazione di quadri - di ritratti, appunto - sui personaggi della tragedia, nei quali ognuno recita le proprie battute e non solo, visto che oltre ad una messa in scena sempre particolare, il testo è tessuto e cucito con "altro", rizomaticamente e reticolarmente espanso attraverso l'inclusione di altri testi (Omero, Dante Dostoevskij...) e altri contesti (musica, canto, danza, giochi di ombre e luci...).
Una messa in scena, quindi, particolarmente ricca, complessa, spettacolare.
La scrittura di Aldo Nove in Superwoobinda è decisamente elettrica, fluida, frammentaria, orale.
Il modo migliore per rendere l'idea, forse, è quello di produrre un testo che funzioni, visto che è ciò cui questo stile assomiglia di più, come uno zapping continuo nelll'eterogeneo flusso televisivo, mettendo insieme brani di questa raccolta casuali e incompleti, come fossero, appunto, il risultato di un incessante e caotico cambiare canale.
Ho ammazzato i miei genitori perché usavano un bagnoschiuma assurdo, Pure & Vegetal. Mi fa ridere, che nelle pubblicità rovescino sugli assorbenti e sui pannolini liquidi sempre blu! Io, da bambino credevo di pisciare molto sbagliato, perché pisciavo giallo. Mi chiamo Rosalba, ho ventisette anni e sono un attimino bella. Ciò dipende dal fatto che sono Bilancia ascendente Bilancia, cioè curo molto l'estetica. Ho letto la pubblicità di un mago che è esorcista si occupa di questi casi siamo andati da lui ha voluto subito 250 000 lire perché non era un mago qualunque ma un esorcista con la pubblicità sul giornale la fotografia davanti alla sfera di cristallo. È bello comperare dei libri. Una casa senza libri è molto triste. Io ne ho 75. Tutte enciclopedie, perché gli altri fanno disordine. L'edicolante mi tiene i fascicoli delle enciclopedie dei colori che gli dico. Il mestiere che io faccio è il sosia di quell'uomo che si vede tutto ricoperto di gomma nel film di un regista che si chiama Tarantino intitolato Pulp Fiction. È un personaggio facile da imitare in quanto non dice nulla, dura pochi secondi e non parla proprio per niente, tranne un grido soffocato quando il pugile gli dà un calcio alla fine. Tutti i telegiornali dicono che adesso c'è la guerra. Ho caricato mia moglie sull'automobile, i miei figli, il cane e siamo andati all'Esselunga. Papà, hanno detto a Canale 5 che forse vincono i comunisti, e il signor Ghebelino del terzo piano dice che allora comandano i negri che ci sono fuori dal metrò, e forse anche i parrucchieri culi. Poi Emilio Fede ha detto a un programma che devi controllare se è arrivata la scheda elettorale. Avevo paura! Anch'io avevo sentito al TG4 che forse vinceva i comunisti, tornava in giro la Gestapo dappertutto e robe del genere. Io lo so, cos'è il comunismo. Ho fatto l'enciclopedia in video cassette. Prima cosa, essi cancellano le televisioni, fanno solo i film sulla Russia, e tutti diventano uguali, vestiti alla cazzo. Un mondo bello come le Spice che ballano.
«Le onde lottano senza tregua alla superficie del mare, mentre gli strati inferiori mantengono una pace profonda. Le onde si urtano tra loro, si contrariano, cercano il loro equilibrio. Una spuma bianca, leggera e gaia ne segue i contorni cangianti. A volte l’onda che fugge abbandona un po’ di questa spuma sulla sabbia della spiaggia. Il fanciullo che gioca là vicino va a raccoglierne un pugno, e si stupisce, l’istante dopo, di non avere nel cavo della mano altro che qualche goccia d’acqua, ma d’un acqua molto più salata, molto più amara ancora di quell’onda che la portò. Il riso nasce come questa spuma. Segnala, all’esterno della vita sociale, le rivolte superficiali. Designa istantaneamente la forma mobile di questi scrolli. È, anch’esso, una spuma a base di sale. Come la spuma sfavilla. È la gaiezza. Il filosofo che ne raccoglie per gustarne vi troverà d’altronde qualche volta, per una piccola quantità di materia, una certa dose di amarezza»
Con queste parole termina il saggio di Henri Bergson sul significato del comico, Il riso. Secondo il filosofo francese sono necessarie apertura al progresso, un’attenzione costantemente sveglia e una certa elasticità del corpo e dello spirito per non lasciarsi andare al facile automatismo delle abitudini contratte, e la risposta, il castigo, ad ogni tipo di rigidità è il riso, una pressione del gruppo sull’individuo che ha la forma di un imperativo morale a rendere e mantenere flessibile uno slancio vitale teso ed elastico.
Il riso è, dunque, un’umiliante correzione insensibile e indifferente, a volte ingiusto e cattivo, che non sempre colpisce giusto e non può essere contrassegnato da simpatia e bontà.
Non posso che concordare con chi, pensando di tradurre questo testo di Witold Gombrowicz in italiano, nel 1958, scriveva «mi sono divertito un mondo e mezzo: ed è uno degli alleati più onesti che si possono avere nella vera rivoluzione contro l'amore, l'arte, gli immortali principi e tutte le fregnacce che sai». Ferdydurkeè un romanzo in cui il protagonista, svicolando tra il culetto dei pedagoghi e le melense caramelle delle zie - che continuano a ripetergli «Ragazzo mio, ormai è ora. Che dirà la gente? Se proprio non vuoi fare il dottore, fa il corridore, fa il controllore, fa quel che ti pare, purché si sappia una buona volta chi sei... Purché si sappia!» - tenta di conservare «una faccia naturale, non indotta; una faccia qualsiasi, popolana, tagliata con l'accetta. Non era un viso diventato faccia, ma una faccia mai assurta alla dignità di viso, una faccia uguale a una gamba», accetta il tentativo di sfuggire al viso, sembrando in ciò seguire il suggerimento filosofico di Deleuze e Guattarisulla "deviseificazione":
«essa libera per così dire teste cercanti che disfano gli strati al loro passaggio, forano i muri di significanza e balzano fuori dai buchi di soggettività, abbattono gli alberi per fare posto a veri e propri rizomi, e guidano i flussi verso linee di deterritorializzazione positiva o di fuga creatrice» (Gilles Deleuze, Félix Guattari, Millepiani).
«E adesso forza, facce, fatevi avanti! No, non vi dico addio, estranee sconosciute facciate dei tizi estranei e sconosciuti che mi leggeranno, anzi, vi do il benvenuto. Salve graziose ghirlande di parti del corpo, tutto comincia adesso: fatevi avanti, venite a me, rimpastatemi pure, fabbricatemi una faccia nuova, perché debba di nuovo fuggirvi e rifugiarmi in altre persone e correre correre correre attraverso tutta l'umanità»
Su suggerimento di Dreca, ho letto il romanzo in cui Thomas Bernhard ci racconta, come in un lungo elogio funebre, la sua amicizia con Paul, Il nipote di Wittgenstein (celebre filosofo del Novecento).
Il loro rapporto amicale si fonda su certe affinità elettive, su certi comuni stati mentali che gli sprovveduti medici, con la loro cialtronesca scienza, definiscono patologici, malati, folli: «un amico vero che comprendeva le più folli acrobazie della mia mente davvero assai complicata e dunque niente affatto semplice, un amico che non aveva alcun timore di seguire passo passo le acrobazie più folli della mia mente, ciò che nessun'altra persona del mio ambiente è mai riuscita a fare perché a tutte queste persone è sempre mancata la voglia di farlo». Entrambi hanno la malattia del contare (porte e finestre dei palazzi che vedono mentre viaggiano in tram), entrambi non camminano a casaccio sulle strade lastricate (ma, ad esempio, saltando due pietre su tre o toccandone sempre il bordo), entrambi sono a loro agio solo nei viaggi e negli spostamenti (non sopportano di rimanere in un posto troppo a lungo).
Per quanto Paul getti dalla finestra (della sua mente) le ricchezze spirituali che possiede, queste ricrescono sempre più, incessantemente, fino quasi a farlo esplodere, e di questo la società ha paura.
Ma se c'è una differenza tra nipote (folle) e zio (filosofo), questa sta solo nel fatto che Ludwig Wittgenstein ha reso pubbliche (pubblicandole come trattati) le proprie ricchezze spirituali e la società le ha chiamate filosofia, mentre Paul è etichettato, a causa del suo comportamento pratico, come affetto da una «cosiddetta malattia mentale, che non è mai stata classificata con esattezza»: «Ludwig e Paul, il celebre, epocale filosofo e il pazzo, [...] quel pazzo di Paul che era filosofico tanto quanto suo zio Ludwig, come viceversa il filosofo Ludwig era pazzo esattamente come Paul. [...] Uno, Ludwig, era forse più filosofico, l'altro, Paul, era forse più pazzo, ma oserei dire che del più filosofico dei Wittgenstein noi pensiamo che sia stato filosofo perché ha messo nero su bianco la sua filosofia e non la sua pazzia, e dell'altro, di Paul, che sia pazzo perché ha represso la sua filosofia e non l'ha resa pubblica per mettere in mostra soltanto la sua pazzia. Erano entrambi persone assolutamente straordinarie, nonché cervelli assolutamente straordinari, solo che uno ha messo in pubblico il suo cervello, l'altro lo ha messo in pratica».
Gustav Klimt, Ritratto di Margaret Stonborough-Wittgenstein(1905; particolare).