Iniziamo da uno finito.
Il testo di Roberto Mordacci sull'Elogio dell'immoralista è un volume di pagine sprecate: il tema è anche interessante, ma il saggio, pur breve (sulle 200 pagine), langue e procede in maniera stanca, lenta, ripetitiva, incostante: insomma, le idee sono poche, sarebbe bastato un articolo di poco superiore alla decina di pagine dell'introduzione.
In lettura attualmente, invece, tra gli altri, Aristotele e la giustizia poetica di Margaret Doody, romanzo la cui narrazione procede troppo lentamente, perché continuamente interrotta, bloccata, dalle spiegazioni eccessivamente didascaliche dell'autrice sul mondo antico in cui è ambientata la storia. sarebbe stato il caso, credo, separare la narrazione dalla contestualizzazione storica tramite l'uso di note.
Una piacevolissima sorpresa è il Tom Sawyer di Mark Twain: spassosissimo, divertente, ironico, e si apprezza ancor di più se lo si legge ad alta voce in compagnia e, secondo me, se si è un fan dei Simpson, perché si proietta retrospettivamente tutto lo humor della famiglia gialla e cattiva su questo romanzo dell'Ottocento.
di ogni sciocchezza sanno fare un problema difficile a piacere.
«Possiamo definire questo genere di individui come quelli che, attraverso l'introduzione di nozioni appropriate, sono in grado di dare ad ogni problema, per quanto semplice sia, qualsiasi grado di difficoltà possa essere richiesto»
Giro in fumetteria per la consueta ricarica e scorta (finalmente sono riuscito a trovare la ristampa del primo numero di 20th Century Boys) e in libreria, dove mi sono imbattuto in due libri che disperavo trovare (e a metà prezzo) - il Corso di filosofia in sei ore e un quarto di quel Gombrowicz di cui quest'anno ho divorato i romanzi e La ditta dei ritrattidel suo poliedrico amico Witkiewicz - e ho comprato L'adolescente di Dostoevskij per continuare l'immersione in questa nuova passione russa.
Si è fecondi soltanto a prezzo d'essere ricchi di contrasti; si resta giovani soltanto se si presuppone che l'anima non si distenda, non brami la pace.
(Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli)
In questo periodo mi sono decisamente dato alla lettura di saggi sul cinema.
Dopo il bel volume di Brancato La città delle luci, ho letto una raccolta di articoli su Deleuze e il cinema francese, con analisi sull'interesse del filosofo per i film di Godard e, in generale, sulla filosoficità dell'arte cinematografica, che forse può essere riassunta in questa citazione tratta proprio da un film di Godard: «
La fotografia è l'arte della verità, il cinema quella della verità 24 volte al secondo».
Poi ho letto tre monografie su altrettanti registi che mi piacciono alquanto: una su Christopher Nolan, una su Quentin Tarantino e, infine, una su Lars von Trier e Dogma. Se le prime due sono molto interessanti, la terza, invece, è piuttosto noiosa e storico/biografica più che di analisi e approfondimento.
Non contento, ho da poco iniziato a leggere anche un saggio sul cinema nel mondo diventato favola, Lo specchio e il simulacro. Confesso che per ora è un po' noioso, ripetitivo e logorroico, dilungandosi molto per dire quattro cose anche piuttosto scontate. Ma staremo a vedere.
Ma proprio ora, quasi per consolarmi da queste due ultime mezze delusioni, un mio studente mi informa che è in rete il primo trailer doppiato in italiano di Antichrist, nuovo film di Lars von Trier che aspettavo da anni.
«Le onde lottano senza tregua alla superficie del mare, mentre gli strati inferiori mantengono una pace profonda. Le onde si urtano tra loro, si contrariano, cercano il loro equilibrio. Una spuma bianca, leggera e gaia ne segue i contorni cangianti. A volte l’onda che fugge abbandona un po’ di questa spuma sulla sabbia della spiaggia. Il fanciullo che gioca là vicino va a raccoglierne un pugno, e si stupisce, l’istante dopo, di non avere nel cavo della mano altro che qualche goccia d’acqua, ma d’un acqua molto più salata, molto più amara ancora di quell’onda che la portò. Il riso nasce come questa spuma. Segnala, all’esterno della vita sociale, le rivolte superficiali. Designa istantaneamente la forma mobile di questi scrolli. È, anch’esso, una spuma a base di sale. Come la spuma sfavilla. È la gaiezza. Il filosofo che ne raccoglie per gustarne vi troverà d’altronde qualche volta, per una piccola quantità di materia, una certa dose di amarezza»
Con queste parole termina il saggio di Henri Bergson sul significato del comico, Il riso. Secondo il filosofo francese sono necessarie apertura al progresso, un’attenzione costantemente sveglia e una certa elasticità del corpo e dello spirito per non lasciarsi andare al facile automatismo delle abitudini contratte, e la risposta, il castigo, ad ogni tipo di rigidità è il riso, una pressione del gruppo sull’individuo che ha la forma di un imperativo morale a rendere e mantenere flessibile uno slancio vitale teso ed elastico.
Il riso è, dunque, un’umiliante correzione insensibile e indifferente, a volte ingiusto e cattivo, che non sempre colpisce giusto e non può essere contrassegnato da simpatia e bontà.
Non posso che concordare con chi, pensando di tradurre questo testo di Witold Gombrowicz in italiano, nel 1958, scriveva «mi sono divertito un mondo e mezzo: ed è uno degli alleati più onesti che si possono avere nella vera rivoluzione contro l'amore, l'arte, gli immortali principi e tutte le fregnacce che sai». Ferdydurkeè un romanzo in cui il protagonista, svicolando tra il culetto dei pedagoghi e le melense caramelle delle zie - che continuano a ripetergli «Ragazzo mio, ormai è ora. Che dirà la gente? Se proprio non vuoi fare il dottore, fa il corridore, fa il controllore, fa quel che ti pare, purché si sappia una buona volta chi sei... Purché si sappia!» - tenta di conservare «una faccia naturale, non indotta; una faccia qualsiasi, popolana, tagliata con l'accetta. Non era un viso diventato faccia, ma una faccia mai assurta alla dignità di viso, una faccia uguale a una gamba», accetta il tentativo di sfuggire al viso, sembrando in ciò seguire il suggerimento filosofico di Deleuze e Guattarisulla "deviseificazione":
«essa libera per così dire teste cercanti che disfano gli strati al loro passaggio, forano i muri di significanza e balzano fuori dai buchi di soggettività, abbattono gli alberi per fare posto a veri e propri rizomi, e guidano i flussi verso linee di deterritorializzazione positiva o di fuga creatrice» (Gilles Deleuze, Félix Guattari, Millepiani).
«E adesso forza, facce, fatevi avanti! No, non vi dico addio, estranee sconosciute facciate dei tizi estranei e sconosciuti che mi leggeranno, anzi, vi do il benvenuto. Salve graziose ghirlande di parti del corpo, tutto comincia adesso: fatevi avanti, venite a me, rimpastatemi pure, fabbricatemi una faccia nuova, perché debba di nuovo fuggirvi e rifugiarmi in altre persone e correre correre correre attraverso tutta l'umanità»
Su suggerimento di Dreca, ho letto il romanzo in cui Thomas Bernhard ci racconta, come in un lungo elogio funebre, la sua amicizia con Paul, Il nipote di Wittgenstein (celebre filosofo del Novecento).
Il loro rapporto amicale si fonda su certe affinità elettive, su certi comuni stati mentali che gli sprovveduti medici, con la loro cialtronesca scienza, definiscono patologici, malati, folli: «un amico vero che comprendeva le più folli acrobazie della mia mente davvero assai complicata e dunque niente affatto semplice, un amico che non aveva alcun timore di seguire passo passo le acrobazie più folli della mia mente, ciò che nessun'altra persona del mio ambiente è mai riuscita a fare perché a tutte queste persone è sempre mancata la voglia di farlo». Entrambi hanno la malattia del contare (porte e finestre dei palazzi che vedono mentre viaggiano in tram), entrambi non camminano a casaccio sulle strade lastricate (ma, ad esempio, saltando due pietre su tre o toccandone sempre il bordo), entrambi sono a loro agio solo nei viaggi e negli spostamenti (non sopportano di rimanere in un posto troppo a lungo).
Per quanto Paul getti dalla finestra (della sua mente) le ricchezze spirituali che possiede, queste ricrescono sempre più, incessantemente, fino quasi a farlo esplodere, e di questo la società ha paura.
Ma se c'è una differenza tra nipote (folle) e zio (filosofo), questa sta solo nel fatto che Ludwig Wittgenstein ha reso pubbliche (pubblicandole come trattati) le proprie ricchezze spirituali e la società le ha chiamate filosofia, mentre Paul è etichettato, a causa del suo comportamento pratico, come affetto da una «cosiddetta malattia mentale, che non è mai stata classificata con esattezza»: «Ludwig e Paul, il celebre, epocale filosofo e il pazzo, [...] quel pazzo di Paul che era filosofico tanto quanto suo zio Ludwig, come viceversa il filosofo Ludwig era pazzo esattamente come Paul. [...] Uno, Ludwig, era forse più filosofico, l'altro, Paul, era forse più pazzo, ma oserei dire che del più filosofico dei Wittgenstein noi pensiamo che sia stato filosofo perché ha messo nero su bianco la sua filosofia e non la sua pazzia, e dell'altro, di Paul, che sia pazzo perché ha represso la sua filosofia e non l'ha resa pubblica per mettere in mostra soltanto la sua pazzia. Erano entrambi persone assolutamente straordinarie, nonché cervelli assolutamente straordinari, solo che uno ha messo in pubblico il suo cervello, l'altro lo ha messo in pratica».
Gustav Klimt, Ritratto di Margaret Stonborough-Wittgenstein(1905; particolare).
Iniziano decisamente bene le letture saggistiche di quest'anno. Innanzitutto Metapop di Paul Morley, una storia della musica pop da Satie - compositore e pianista francese di fine Ottocento - a Kylie Minogue: un rapido e intenso viaggio in macchina verso la città musicale del futuro, guidati dalla cantante australiana e dai cangianti passeggeri del suo veicolo (tra questi, anche il filosofo Ludwig Wittgenstein). Per uno come me, per cui la musica non è certo la prima passione (sono un tipo visivo, non certo acustico), una vera e piacevole sorpresa. Poi La città delle luci, degli itinerari per una storia sociale del cinema del sempre ottimo Sergio Brancato. Le riflessioni di questo studioso sono sempre molto puntuali, interessanti, originali, e in certe occasioni raggiungono vette di vera e sorprendente genialità di ricerca: è il caso del capitolo sulla rappresentazione dell'immagine e dell'immaginario della metropoli nella storia del cinema trattata come parabola di ascesa e della crisi della modernità tutta. Infine, Una brevissima introduzione alla filosofia di Thomas Nagel: senza citare mai nessuno, con un linguaggio assolutamente semplice, schietto e quotidiano - ma non per questo banale - il filosofo americano presenta una carrellata delle principali tematiche del pensiero moderno, formulando questioni essenziali (e mortali) e proponendo esempi e immagini anche curiosi e arditi ma sempre efficaci.
Ascoltando il greatest hits di Björk, sfogliare il nuovo saggio di Umberto Curi, Miti d'amore, una ricerca della relazione tra eros e filosofia attraverso i miti antichi (androgini, Eco e Narciso, Orfeo ed Euridice) e la letteratura moderna (Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta, Don Giovanni); il primo volume, Psyché, di Invenzioni dell'altro di Jacques Derrida, ennesima occasione per il filosofo francese di comporre le tramme della sua teoria discontinua dell'altro come incontro, della scoperta/creazione/appello/risposta; il corso di Michel Foucault, tenuto al Collège de France nel 1974-1975, su Gli anormali, che prosegue l'analisi sulla formazione del sapere e del potere di normalizzazione nella modernità delineando l'emergere di diverse figure di mostro.
... Chi di noi il governato e chi il governatore
son fatti che attengono alla storia.
Chi fosse la provincia e chi l'impero
non è il punto:
il punto era l'incendio...
... La corda tesa amò l'arco
e la tempesta la schiuma,
il cuore amò se stesso,
ma noi non divagammo.
L'animo umano è nulla se non è
una pietra da scalfire ricavando
i capelli e il suo bel piede.
Era la collisione, il primo scontro epico,
perché non scritto ma cavalcato a pelo,
ed ognuno esigeva
la terra dell'altro,
le mani, la terra, la carne, il terreno.
Grazie ai consigli di Dreca, mi sono finalmente immerso nel magico mondo di Murakami Haruki, un autore che volevo leggere da molto tempo e il cui primo romanzo, per me, è stato Kafka sulla spiaggia. E mi è piaciuto moltissimo.
Mi piacciono le storie parallele, aumentano molto la curiosità di continuare con la lettura. Mi piace il sincretismo tra cultura occidentale ed orientale, tanto ben rappresentato anche dalla splendida biblioteca. Mi piace l'andare al di là del realismo. Più si prosegue con la lettura e più si fa decisamente intrigante: come se non bastasse la doppia trama ad alimentare la curiosità (come si andranno a intersecare le due storie?), ci sono moltissimi elementi di tensione in entrambe le vicende (la profezia, il sangue sulla maglietta, la casa nella foresta, il rapitore di gatti) e più si prosegue, più questa tensione si fa scoppiettante, con incredibili colpi di scena. Davvero una lettura da cui è difficilissimo staccarsi, la curiosità subisce continui rilanci. E lo stile è assolutamente affascinante e che sembra quasi improvvisato, come se l'autore decidesse lì per lì cosa succede, come portare avanti la storia, come continuare a intrecciare i fili, rendendo del tutto impossibile immaginare come andrà avanti.
Evidentemente questo romanzo di Murakami è molto vago, lascia molti punti in sospeso, ma a me non ha dato fastidio questo non svelare tutto il mistero, ho molto apprezzato l'oniricità - e quindi, in un certo senso, anche l'assenza di un senso esplicitato e chiarito.
Ancora una recensione multipla (anche se stavolta solo doppia), in attesa di aver la voglia di recensire i bei libri (e ce ne sono, altroché) che pur ho letto in questo periodo.
Io, Julius Puech, chi sono al momento? Ebbene, io sono la testa pensante e il nervo della guerra dalla Fas [Frazione Armata Spinozista]. Io regno, grottesco e pericoloso, su dieci individui di sesso maschile, altrettanto incazzati e suicidi. Animati dalla somma intelligenza di coloro i quali avanzano verso il burrone grigio della morte eventuale, noi filosofiamo con la gloria effimera, in accordo con il mondo che ci circonda.
Questo il protagonista di Spinoza incula Hegel, romanzo nero di guerriglia e di passione che Jean-Bernard Pouy ambienta in una Francia post-atomica alla Mad Max o alla Ken il guerriero, raccontando di scontri tra bande che di filosofico, apparte il nome, hanno secondo me ben poco.
Con ActarusClaudio Morici ci racconta, invece, la vera storia di un pilota di robot, tra problemi di alcolismo, incomprensioni sul lavoro, costruzione mediatica del personaggio, voglia di prendersi una vacanza perché non si può costantemente pensare a salvare il mondo, è logorante. Qualche momento ironico e divertente il libro ce l'ha, è vero, ma le sue qualità non vanno molto oltre a questo. - C'è una cosa in effetti che volevo chiederle...
Goldrake avanti! Si è buttato. Ormai è difficile tornare indietro. Oh, magari non succede niente. Oh, stavolta ci provo, in fondo è lui che me l'ha chiesto, no? Ma che me ne frega a me.
- Dottore, è da un po' che penso di prendermi una vacanza... Una piccola vacanza di dieci quindici giorni. Credo di meritarmela dopo anni di lavoro ininterrotto. Anche Gundam si è preso una settimana, lo scorso anno.
Il Dottore non si scompone, non perde la patina di grande dignità, impegno, attenzione ai problemi dell'universo. Se ci fosse un campionato mondiale della dignità lui di certo andrebbe in finale. S'è incazzato? Si volta verso la montagna, con le mani dietro la schiena, riflette. Rimane in silenzio per qualche secondo. C'è una musica particolare, quella dei momenti finali, una musica che ti fa capire che si chiude un capitolo, che la guerra non è finita ma che oggi la Terra non verrà spazzata via grazie alla passione di un pugno di eroi. Il Dottore, rivolto ad Actarus:
- Per la richiesta delle ferie non devi rivolgerti a me. C'è l'ufficio amministrativo apposta, compila il modulo e calcoleremo le ferie maturate.
Ritorno finalmente a scrivere su questo blog, a fare nodo in questa rete, cercando di riassumere in breve alcune delle cose che ho fatto in questo periodo di distanza, o meglio, nello specifico, recensendo in poche righe i libri che ho letto durante tutta questa estate e che non meritano un intero post tutto per loro (non necessariamente perché brutti o così così).
Iniziamo. Per un gruppo di lettura anobiiano ho letto - tra l'altro proponendolo io - Running Dog di Don DeLillo: non è piaciuto quasi a nessuno, invece io non l'ho trovato male, scritto con lo stesso stile postmoderno e frammentario di Underworld - lettura momentaneamente accantonata - anche se non allo stesso altissimo livello.
Mi sono dato molto alla lettura di saggi di filosofia, tanto per cambiare, soprattutto con un occhio per la preparazione delle lezioni da proporre quest'anno, ma per la maggior parte si sono rivelate letture deludenti: Aristotele e il dinosauro di Vittorio Hösle e Nora K., raccoglie la corrispondenza filosofica tra un filosofo e una ragazzina undicenne, ma non riesce a convincere come autentico scambio epistolare e comunque appare troppo spinto su una interpretazione assolutamente religiosa e cristiana della filosofia, cioè quasi si parla più di Dio che dei filosofi. Ho poi letto le proposte di Loris Taufer su come far rispondere dalla filosofia alle domande dei ragazzi, su come conciliare Adolescenti e filosofi, ma non ne ho ricavato una grande utilità, né materiali né punti di vista e prospettive interessanti. Le saggezze antiche, il primo volume della controstoria della filosofia di Michel Onfray, conferma ciò che pensavo dell'autore francese dopo la lettura della sua Teoria del corpo amoroso, dimostrandosi una lettura leggera, scorrevole, semplice, ma poco approfondita, priva di veri riferimenti ai testi e molto parziale, pregiudizievole. Sulla scia di questa analisi dei filosofi materialisti dell'antichità, mi sono dato alla lettura di un testo sul poeta latino che si è fatto interprete e portavoce della filosofia epicurea, Lucrezio poeta della ragione di Luca Canali, un testo che mi ha lasciato piuttosto indifferente, poco affascinante. Ho anche letto il tentativo di Roberto Diodato di unire Vermeer, Góngora, Spinoza, ma il saggio ha smentito il titolo dimostrandosi solo un'introduzione al filosofo con qualche appendice sul pittore e sul poeta. Poi mi sono dato anche alla lettura di saggi di filosofia e cinema: su Matrix e la filosofia ho letto Pillole rosse, raccolta di saggi di molti degli autori de I Simpson e la filosofia e Platone suona sempre due volte, ma non dello stesso livello, molto più noiosa, piatta, meno varia, meno curiosa. Ho anche cercato di capire la filosofia attraverso i film con Da Aristotele a Spielberg di Julio Cabrera, ma i suoi collegamenti non si sono dimostrati sempre interessanti e centrati (comunque, un paio di assaggi li trovate qui e qui).
Mi sono anche dato alla lettura dei Miti d'oggi secondo Roland Barthes e dei Nuovi miti d'oggi secondo un gruppo di autori francesi: tanto è interessante, vitale, ancora fresco il testo di Barthes e la sua analisi, tanto è semplicemente ricca di banalità e luoghi comuni la raccolta dei nuovi filosofi, sociologi o quant'altro francesi.
Infine, non potevano mancare le letture sul mondo dei fumetti e affini: assai poco interessante si è però rivelata la ricerca di Luca Vanzella sulla fenomenologia dei costume players italiani condotta su Cosplay colture.